Eppur si muove

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Le migrazioni, oggi più ampiamente definite come “mobilità umana”, hanno sempre accompagnato la storia dei popoli e il loro sviluppo. L’umanità si muove, continuamente. Queste pagine di Combonifem di Luglio 2017 offrono una panoramica del fenomeno, oltre i confini dellItalia e dellEuropa, e anche con un occhio di riguardo per le donne

di Gloria Albertini

Nel Paleolitico gli esseri umani, in quanto cacciatori-raccoglitori, erano costantemente in movimento. Solo l’avvento dell’agricoltura portò ad un nuovo modo di vita, la stanzialità. L’agricoltura venne introdotta 10.000 anni fa, mentre l’Homo sapiens, la nostra specie, esiste da circa 200.000 anni. Ciò chiarisce come nell’esperienza umana complessiva la stanzialità, cioè il vivere dalla nascita alla morte nello stesso territorio, costituisca quasi più l’eccezione che la regola. Inoltre, anche con l’avvento dell’agricoltura, gli spostamenti umani non si sono fermati. Le persone hanno continuato e continuano a spostarsi per numerose e differenti ragioni.

La teoria push/pull

Una teoria classica per spiegare le migrazioni è la push pull theory, elaborata dallo studioso delle migrazioni Egon Kunz. Riconduce la mobilità umana a due gruppi di fattori: i fattori “push”, cioè quelli che spingono fuori dal Paese di origine (guerre, catastrofi, mancanza di diritti e opportunità) e i fattori “pull”, quelli che attirano verso il Paese di destinazione (migliori opportunità lavorative, diverse condizioni di vita, presenza dello Stato di diritto…).
Questa distinzione ha portato a differenziare, in maniera abbastanza semplificata, tra “profughi”, vittime di migrazione forzata, e “migranti economici”, coloro che partono volontariamente perché attratti soprattutto da opportunità di lavoro. Oggi tale distinzione è superata: se da un lato è sicuramente vero che esistono delle ragioni che spingono le persone a partire, e possono essere ricondotte a fattori “push” e “pull”, dall’altro ogni persona parte per ragioni che spesso sono un mix di fattori “push” e “pull”. Pertanto, le categorie di “profugo” o “migrante economico” sono fuorvianti e non aiutano a descrivere la realtà perché ogni progetto migratorio ha una sua complessità. Ma torniamo ora a cosa intendiamo con il termine mobilità umana.

 Chiarire i termini

Nelle statistiche internazionali si dà maggiore attenzione alle migrazioni internazionali, quindi quelle da uno Stato all’altro, mentre quelle interne ai singoli Stati non sempre godono della medesima attenzione, anche perché in molti casi è più complesso reperire tra uno Stato e l’altro fonti di dati affidabili e comparabili. Grazie all’Onu, sappiamo che oggi i migranti internazionali sono circa 244 milioni, il 3,3% della popolazione mondiale. È evidente che se conteggiamo anche le migrazioni interne, quantificate nel 2009 in 740 milioni di persone dall’agenzia Onu per lo Sviluppo (Undp), la percentuale di mobilità diventa ben superiore. Per avere un’idea dell’importanza dei flussi interni basta pensare all’esodo dalle aree rurali a quelle urbane, prevalente soprattutto in Africa e in Asia. L’Italia stessa ha avuto e continua ad avere forti flussi di migrazioni interne, che hanno contribuito alla storia e allo sviluppo economico del Paese.

 

Continua…